GEOPOLITICA FACILE N. 1 – Che cos'è l'OSCE ?
GEOPOLITICA
FACILE N. 1 – Che cos'è l'OSCE e perché non la senti mai nominare? E
che ruolo potrebbe giocare per la soluzione del conflitto in Europa?
Partiamo
da una domanda semplice: esiste un'organizzazione internazionale che
riunisce Russia e Stati Uniti, Ucraina e Polonia, Turchia e Germania,
tutti insieme allo stesso tavolo? Sì, esiste. Si chiama OSCE. Eppure,
quasi nessuno la conosce. Perché?
L'OSCE
è l'Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa. È la
più grande organizzazione regionale per la sicurezza al mondo: 57 Stati
membri, da Vancouver a Vladivostok. Tutti i paesi europei, più Stati
Uniti, Canada, Russia e le repubbliche dell'ex Unione Sovietica.
Nessun'altra organizzazione – né la NATO, né l'Unione Europea – ha
questa capacità di tenere insieme Est e Ovest.
Nasce
dall'Atto finale di Helsinki del 1975, firmato in piena Guerra Fredda.
All'epoca era solo una Conferenza (si chiamava CSCE), ma fu il primo
vero dialogo tra i blocchi dopo la Seconda Guerra Mondiale. Nel 1990,
con la Carta di Parigi, è diventata un'organizzazione operativa. Nel
1995 ha preso il nome di OSCE.
Come
funziona? Con una regola che è insieme la sua forza e la sua condanna:
tutte le decisioni vengono prese per consenso. Ogni Stato membro ha
diritto di veto. Questo significa che l'OSCE non può obbligare nessuno a
fare nulla, ma significa anche che nessuno può essere escluso dal
dialogo. È l'unico posto al mondo dove diplomatici russi e ucraini si
siedono ancora allo stesso tavolo e si parlano.
𝐂𝐨𝐬𝐚 𝐟𝐚 𝐜𝐨𝐧𝐜𝐫𝐞𝐭𝐚𝐦𝐞𝐧𝐭𝐞?
Lavora
su tre dimensioni della sicurezza. La dimensione politico-militare:
controllo degli armamenti, notifica preventiva delle esercitazioni
militari, missioni di osservatori per monitorare i cessate il fuoco. La
dimensione economico-ambientale: cooperazione transfrontaliera,
sicurezza energetica, lotta alla corruzione. La dimensione umana:
osservazione elettorale, tutela delle minoranze, libertà di stampa,
diritti umani. Ha ancora oggi 12 missioni sul campo nei Balcani,
nell'Europa orientale, nel Caucaso e in Asia centrale.
Allora perché non la senti mai nominare?
Per
due ragioni. La prima è che l'OSCE non fa notizia quando funziona.
Quando tutto tace, vuol dire che sta facendo il suo lavoro silenzioso di
prevenzione e monitoraggio. La seconda ragione è che oggi l'OSCE è in
profonda crisi. La guerra in Ucraina ha calpestato i principi
fondamentali dell'Atto di Helsinki: la sovranità, l'integrità
territoriale, la soluzione pacifica delle controversie. E la Russia, che
pure ha firmato quei principi, ha usato il diritto di veto per
paralizzare l'organizzazione, bloccando per anni il bilancio e le
operazioni. L'OSCE è rimasta a guardare, impotente.
E allora che ruolo potrebbe giocare per la soluzione del conflitto in Europa?
Attenzione:
l'OSCE non può fermare una guerra in corso. Non ha un esercito, non ha
poteri sanzionatori, e la regola del consenso la blocca ogni volta che
un membro potente decide di opporsi. Ma proprio per questo, il suo ruolo
non è nel "durante", ma nel "dopo". L'OSCE è l'unica organizzazione che
possiede già gli strumenti per monitorare un cessate il fuoco, per
verificare il ritiro delle truppe, per gestire lo sminamento e la
ricostruzione, per accompagnare le riforme democratiche nei territori
devastati dal conflitto. Ha una lunga esperienza in missioni di pace nei
Balcani, in Moldova e nel Caucaso. Ha osservatori sul campo che sanno
come si controlla una tregua. Ha uffici che sanno come si ricostruisce
la fiducia tra popoli che si sono fatti la guerra.
In
altre parole, l'OSCE non serve a fare la pace. Serve a non disfare la
pace una volta che qualcuno avrà avuto il coraggio di firmarla. È
l'unico tavolo ancora in piedi, l'unico posto dove Russia e Ucraina si
parlano ancora, l'unica struttura pronta a intervenire il giorno in cui
le armi taceranno.
Ma quali sono i suoi limiti e la sua fragilità?
Sono
proprio gli stessi che la rendono unica. Il principio del consenso, che
garantisce a tutti una voce in capitolo, la trasforma nella più fragile
delle organizzazioni internazionali. Bastano il veto di un solo Stato
per bloccare qualsiasi azione significativa. L'OSCE non ha un bilancio
autonomo e vincolante: dipende dai contributi volontari degli Stati
membri, che possono tagliare i fondi quando non sono d'accordo con le
decisioni. Non ha poteri coercitivi: può monitorare, raccomandare,
mediare, ma non può sanzionare né imporre nulla. Inoltre, l'OSCE soffre
di una cronica mancanza di visibilità e di sostegno politico. I grandi
leader mondiali preferiscono parlare nelle sedi più potenti come il G7 o
il Consiglio di Sicurezza dell'ONU, lasciando l'OSCE ai diplomatici di
secondo livello. Infine, e forse questo è il limite più grave, l'OSCE
non ha mai superato davvero la sua natura ibrida: non è né un'alleanza
militare come la NATO, né un'unione politica come l'UE, né
un'organizzazione giuridicamente vincolante come il Consiglio d'Europa. È
un tavolo di dialogo permanente, ma un tavolo può essere facilmente
scostato se qualcuno decide di non sedersi più. Ecco perché oggi l'OSCE è
fragile: perché la sua efficacia dipende interamente dalla buona
volontà degli Stati membri, e quella buona volontà, in tempo di guerra, è
la prima cosa a mancare.
Per
questo, anche quando non la senti nominare, qualcuno ogni giorno a
Vienna ci sta lavorando. Perché il giorno della pace, quando arriverà,
non si può improvvisare. Ma il giorno della pace, quando arriverà,
troverà un'organizzazione ferita, sottofinanziata e forse troppo debole
per fare quello che ci si aspetta da lei. E questa, forse, è la vera
tragedia dell'OSCE: essere l'unico strumento che abbiamo, ma non essere
abbastanza.
(Andrea Bardin)
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